L’edificante rapporto tra la giustizia e la letteratura – Un percorso appena avviato

a cura di Claudio Mattia Serafin (2021)

Scopo di questo editoriale, al di là delle sue finalità esplicative, è soprattutto quello di avviare un dibattito sulle tematiche che vengono di seguito illustrate.

Ciò che lega la letteratura e la giustizia è un denominatore comune che si potrebbe definire normativo, in senso ampio e antico: il desiderio e l’ambizione di stabilire regole di civiltà negli ambiti più pregni del vivere sociale. Qualsiasi comportamento umano o avvenimento fattuale può essere infatti normato, ovverosia reso conforme a una disposizione caratterizzata da autorevolezza, la cui scaturigine è una fonte legislativa o sovra-legislativa.

In questo senso, semplice è il richiamo alla Costituzione: secondo molti studiosi, specie di matrice anglosassone, separare il buonsenso e la naturale inclinazione dello spirito verso l’alto dalle norme di carattere costituzionale è operazione in fin dei conti superflua. Per questa ragione si tende anche a parlare di tessuto integrato, o di mosaico costituzionale.

Quando anche la letteratura, intesa qui nella duplice accezione di tendenza artistica e di manifestazione istituzionale, pone degli obiettivi nobili, civici, volti alla ricostruzione dell’accaduto, ecco che anch’essa diviene disciplina, come tale scientifica: è dunque degna di studio, di analisi, magari anche di capovolgimenti teorici, nondimeno è un fondamento culturale essenziale, in assenza del quale non vi sarebbero le condizioni per un serio dibattito volto all’accrescimento.

Stabilite queste premesse, sarebbe opportuno comprendere in quale circostanza la letteratura possa definirsi giuridica, mentre ovvia è la comprensione di cosa sia giuridico o meno, dal momento che il diritto è studiato dal giurista e dunque è tutto ciò che circonda quel mondo tematico.

La letteratura è uno strumento onnicomprensivo, di conseguenza anche la manualistica (privatistica, penalistica, processuale, ecc.) appartiene a tale dizione.

La letteratura può inoltre avere una sua declinazione narrativa e quindi rispondere a criteri di poetica e di giusta arbitrarietà dell’autore; quest’ultimo potrebbe opportunamente optare per ricostruzioni giuridico-istituzionali di carattere teorico (Sofocle e i moderni D’Annunzio, Buzzati, Faulkner, Steinbeck, Montale, Coetzee, Yan), filosofico (Kafka, Hugo, Calvino e Pavese, Russell, Sartre, Kawabata, Golding, Saramago), tendente a conclusioni – aristoteliche o sociali – ascrivibili al Bene, anche sofferto (Camus, Gordimer, Morrison, l’ultimo Gurnah).

Il Bene è concetto ampio eppure unitario, dal momento che ha oggi esplicazioni precise in molte branche del diritto, o latamente tali: la deontologia forense, la deontologia giuridica e quella culturale (le materie d’elezione didattica di chi scrive, presso la Luiss e relative attività convegnistiche), la filosofia morale, l’etica, che sempre più trovano ampia sponda in un colloquio ricco, olistico, multidisciplinare.

Si pensi soltanto all’attività portata avanti dal Treviso Giallo Festival, di cui si è appena conclusa l’edizione 2021, consesso culturale ove hanno modo di convivere il dibattito scientifico e l’opinione creativa degli autori. L’edizione di quest’anno (giovedì 30 settembre – domenica 3 ottobre 2021) ha visto al centro della discussione, anche per gli opportuni anniversari, i temi della letteratura di Sciascia, Dürrenmatt, Highsmith, veri e grandi narratori del diritto. Il patrocinio di numerose e prestigiose Università (Università Ca’ Foscari di Venezia, Università degli studi di Padova, Università IULM, Università degli studi di Trieste, Università degli studi dell’Aquila) garantisce la serietà e la dedizione di coloro che intervengono (accademici, giornalisti, divulgatori e saggisti), ma mai viene lasciata indietro l’espressività di artisti, scrittori, liberi pensatori, filosofi. Il tutto all’insegna delle scienze dell’investigazione, dei profili internazionali e geopolitici delle materie trattate, della legalità e della cultura della rettitudine. Ergo non il giallo come mero divertissement, bensì come mezzo enciclopedico di trasmissione di dati, di informazioni, di tendenze, con ampia varietà di voci, anche appartenenti a filoni del tutto distinti (e qui si evidenzia la democraticità dell’operazione).

In tale cornice, quest’anno, lo scrivente ha avuto il piacere di presentare il romanzo La villa dei misteri di Nicola Moncada, giornalista di esperienza e versato autore di narrativa: non a caso è amante dei classici, da Cervantes e Gogol’ a Landolfi. Moncada racconta la storia di un ex medico, la cui carriera è rovinata da un’imperizia professionale (un istituto giuridico trasversale), che su di lui si ripercuote anzitutto da un punto di vista personale. Guglielmo, il protagonista, provvede anzitutto ad autopunirsi, tramite l’isolamento e l’abuso di alcol. È un uomo che pur di non fare più del male (un chiaro rimando metafisico al brocardo giuridico primum non nocere) ha deciso di smettere di vivere. In tale quadro narrativo si innesta il suo rapporto quasi arcigno con due figure femminili (Mara, insegnante di sostegno, e un’affascinante musicista d’orchestra) molto interessanti, che è anche occasione (di nuovo, scientifica) per esplorare il mondo del diritto civile e processuale (una branca poco nota al grande pubblico, abituato al diritto penale e alla criminologia del giallo classico, o crime thriller fiction negli ambienti anglofoni). Cause di risarcimento (proprio tra il personaggio e la donna “amata”), danno ambientale, una vicenda politica da ascrivere a una sorta di peculiare antagonista, e numerosi altri profili che si accompagnano ai colpi di scena, o di teatro, di questo romanzo elegante, il quale si pone nel solco della grande letteratura, o meglio della grande letteratura d’ombra, che non si vergogna di dire la verità, di evidenziare i dolori dell’esistenza, di mostrare quali sempre siano le conseguenze di un’azione individuale e le ripercussioni e risposte provenienti dal circostante tessuto sociale.

Tessuto sociale che forse è viziato alla base da gravi mancanze storiche e critiche, che l’Autore, con un’ontologia densa e dignitosa, denuncia.