Leonardo Sciascia

A cura di Francesca Gambadoro (2021)

il maestro di Racalmuto
Sicilia, “nec tecum, nec sine te vivere possum”

“Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende…”

Sui registri anagrafici si scriveva Xaxa e si leggeva Sciascia. In arabo, significa “velo del capo”.
La poesia ha radici antiche.
Sciascia, anticonformista, polemico, un rivoluzionario ideale e politico. E insieme, nell’esercizio della vita, legato alla tradizione, borghese nei modi e nelle relazioni familiari.

“In Sicilia la famiglia, nelle sue vaste ramificazioni, ha questa funzione: di proteggere, di privilegiare i suoi membri rispetto ai doveri che la società e lo Stato impongono a tutti. È la prima radice della mafia, lo so bene”. Le parole sempre usate come una pala che scava nella coscienza, a partire dalla propria, consapevole delle contraddizioni che contraddistinguono l’essere umano (“Un uomo vivo ha diritto alla contraddizione”).

Del resto, la Sicilia sa bene cosa siano violenza e miseria. Da sempre conosce la mafia e – come dice Sciascia – a una mafia non se ne può affiancare un’altra.
Del resto, da secoli la cultura viene manovrata dal potere, si falsificano realtà e storia, affinché i privilegi rimangano a disposizione esclusiva di una “casta parassitaria e scroccona”.

E la storia, maestra di vita, ciecamente ripropone conflitti, bui compromessi, azioni di forza, nel sempiterno affermarsi del potere e dell’inestinguibile sete che esso induce nell’uomo.
Del resto, diceva Sciascia “Se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente, di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli che stanno lì, pronti a comunicarmi le loro opinioni sull’umanità, sul governo, sull’amministrazione municipale…”.

Colto e istintivo, riservato fin quasi all’eccesso; silenzioso ascoltatore e grande pensatore, non era tuttavia un pessimista (“Che colpa ha lo specchio – diceva Gogol – se i vostri nasi sono storti? Come mi si può accusare di pessimismo se la realtà è pessima?”).
In un Paese “dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni, nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava…”, egli si preoccupava – e molto – circa il consolidarsi di un sistema che “uniforma e livella tutto”, un sistema dove non vi è più opposizione, dominato dal “pensiero unico”, di cui tutti parliamo, senza renderci conto di quanto l’argomento ci riguardi in prima persona. Nessuno escluso.

Sciascia difende a spada tratta la propria autonomia di pensiero, contro l’ottusità del pensiero assoluto.
Considera la letteratura un mezzo di liberazione, strumento d’analisi della società, dei limiti e delle aspirazioni, delle virtù degli uomini.

Non religioso, non ateo. Era uno che avrebbe voluto vedere i preti fare i preti, ovvero comportarsi da cristiani veri, dediti a dare da bere agli assetati di giustizia e da mangiare agli affamati di conoscenza. Questa visione cristiana della realtà sembra celarsi dietro ad ogni suo passo; sembra essere la radice del suo intendere la giustizia. Ed egli la portò avanti fino all’ora estrema: “Si è atei come si è cristiani: imperfettamente sempre”.

“Sciascia, da laico, ha vissuto religiosamente la sua vita come pochi, il dubbio ad accompagnarla, sempre”.

Lui, silenzioso mentre gli altri parlavano.

Passeggia lungo le strade del paese, con incedere lento, il capo chino, lo sguardo ad osservare i lastroni della pavimentazione e i ciottoli sparsi qua e là. Ogni tanto gli occhi si rivolgono all’azzurro cielo di Sicilia, che sovrasta e toglie e dà respiro. Solo, nella piazza gremita. Silenzioso nella melodia delle voci; l’immaginazione costantemente accesa, il colore grigio un lontano ricordo. I contorni della realtà sempre nitidi e netti, quasi taglienti.

Gli racconto le ultime novità della politica e lui mi osserva con uno sguardo che interroga, già sapendo le risposte; capace di interpretare il prima e il dopo, camminando a testa alta nel durante. Per meglio guardare, s’intende.
Giustizia non è stata fatta.

Giustizia sarà.