Recensione del romanzo “Varianti al Piano” di Gianni Favero

a cura di Stefano Masini

C’è un paese orizzontale, equidistante dal mare e dai monti, dove una gru verticale inspiegabilmente si piega, come i fogli delle varianti urbanistiche di un funzionario comunale piegato ai ricatti di loschi impresari locali. Ci sono naturalmente i capannoni, “i cognomi storici delle libere professioni”, “la piccola Milano da bere”, “il cubo di Rubik di vetro e cemento” sede dell’azienda edile dall’ascesa inversamente proporzionale alla solidità, tra autorizzazioni posticce, perizie tarocche e ricorsi amministrativi pendenti. Ci sono intrallazzi, fragili come il terreno dov’è installato il cantiere, dove le gru non si reggono in piedi, si aprono voragini improvvise e l’acqua nera affiora da imprecisate sorgenti. C’è un incidente stradale apparentemente casuale, e i sensi di colpa a tempo scaduto di un sindaco donna.
Le varianti, e i piani narrativi, si moltiplicano nel breve romanzo Varianti al piano (154 pagine, Linea edizioni) partorito nel 2016 dalla penna felice del giornalista Gianni Favero, ironico e desolato, adatto ai tempi, gattopardeschi e scuri. Favero conosce bene l’economia e i suoi intrecci (ne scrive per il “Corriere del Veneto”), conosce il nordest come può conoscerlo chi ne scrive da trent’anni. Ha già romanzato la cronaca con il cold case del delitto della pasticcera di Roncade, e con le vicende di un carabiniere infiltrato nella Camorra in Undercover (La Toletta edizioni, 2008), dove si narrava la malavita organizzata; qui ci mostra il malaffare, nei diversi piani del sottopotere, dove le acque si confondono, corrosive e inquinanti, come quelle degli scavi in odore di tangenti della Carmignani spa.
Per certi versi Varianti al piano è un apologo sulla banalità, se non del male, della mancanza di etica (“Etica! L’etica di un’impresa è quella del profitto!”), in nome dei tanti miti che alimentano, e di cui si alimenta, l’economia veneta, quella trainante e familistica, che produce lavoro e benessere, ma anche spreco del territorio, esportazione di rifiuti tossici, morti sul lavoro, le grandi crisi bancarie di questi anni. Nel vuoto esistenziale dei faccendieri di provincia che, a vari livelli, si affannano nella vicenda, viene disegnato con severa pietà il dramma interiore della “sindachessa”, presa in mezzo, più volente che nolente, per ragioni di potere e di cuore. Siamo nella terra di mezzo tra disonestà e correttezza formale, tra onestà penale e intellettuale, nell’opaca trasparenza dove si traccia il confine tra efficienza e condotte spregiudicate, tra i cavilli e le regole, tra il darsi del tu e concedere favori. E nel mostro della burocrazia si muove come un’anguilla nell’acqua sporca (dove alla fine rischierà di annegare) l’esperto dirigente comunale, bravissimo a rischiare con i soldi degli altri, a trovare “scorciatoie astute per saltare leggi e regolamenti e dare una mano”, capace di raggiungere, nell’alveo della correttezza formale, i più discutibili obiettivi. La realtà si confonde, non è chiaro cosa sia variante e che cosa progetto originario, quale sia il piano che sta sopra e quale sotto. Le certezze cedono, come il terreno dove s’inclina la gru.
Nel breve romanzo, più cattivo di quanto possa apparire, i vizi sono sia privati che pubblici. I ciarlatani chiedono moderazione, i vecchi squali esortano al cambiamento, i corrotti combattono la corruzione. “Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata” lo fa dire a un parolaio senatore “paraculante” che cita “l’indimenticato” Sandro Pertini, “con un’ideale chiavetta Usb inserita in qualche feritoia nella sua nuca”. Lo arresterebbe volentieri, il maresciallo Lucio Ezechiele, che nei panni dell’antieroe comanda la locale caserma dei carabinieri. È lui il don Chisciotte, errante in bicicletta, nel quotidiano timore di non avere il coraggio di guardarsi allo specchio la sera. Il suo Sancho Panza è un’intraprendente brigadiera calabrese, i suoi mulini a vento li incontrerà nell’incalzante ultima scena.
Alla fine, forse l’unica cosa sensata sarà il tempo sprecato con l’inconcepibile scomparsa di un fantasma, nato a Venezia nel 1498, dimorante (ogni riferimento geografico non è puramente casuale), nel castello della contessa.